La Biennale di Venezia

ABBASSARE IL TIRO
di Marco Meneguzzo

Se in politica la provocazione è un tranello in cui non si deve cadere – “…compagni, non rispondete alle provocazioni!” si gridava durante i cortei nel 1968, nel 1969, nel 1970… -, in arte è invece un espediente in cui si vuole cadere. Si sa, linguaggi differenti esigono risposte differenti, interpretazioni modulate a seconda dei contesti in cui quei linguaggi vengono usati, ma se c’è un sintomo che ci dice che l’avanguardia artistica è davvero morta è proprio la benevolenza e l’attenzione con cui le provocazioni sono accolte dal mondo dell’arte (episodi come quelli del sindaco Giuliani sulla mostra di Mapplethorpe, o delle locali contestazioni sul quadro “torinese” del nostro Laboratorio Saccardi non vengono da questo mondo, …dal mondo dell’arte, intendo…). Perché avviene questo? Perché una volta definito rozzamente che l’essenza dell’arte contemporanea è la novità, un semplice traslato ci dice che la provocazione è un indizio di novità (un indizio, non una prova…), se non altro perché per un attimo solletica la nostra intelligenza linguistica a riconoscere tutti gli elementi della provocazione. E qui sta il problema: se in epoca “moderna”, perché una provocazione riuscisse, almeno uno dei suoi elementi doveva essere assolutamente imprevisto e improvviso – la scatoletta con la merda, e prima ancora il taglio sulla tela, o l’orinatoio/fontana… - in epoca postmoderna – la nostra – perché una provocazione riesca deve essere assolutamente riconoscibile, perché i linguaggi specialistici, con rare eccezioni, sembrano essere diventati tutti autoreferenti. Così, la provocazione in arte è destinata non al mondo, ma al mondo dell’arte, che risponde benevolmente perché riconoscendo immediatamente lo statuto linguistico della provocazione riconosce contemporaneamente il proprio codice. In altre parole, si autogratifica.
Si può uscire da questa spirale? Il Laboratorio Saccardi ci riesce? E poi, siamo sicuri che lo voglia fare?…
Perché una provocazione artistica riesca veramente ad indignare i benpensanti deve assolutamente uscire dal ristretto novero degli utenti abituali del mondo dell’arte, e deve toccare le corde apparentemente più “sacre”, e i pochi “valori” ancora accettati come tali – ultimamente solo bambini impiccati e, parzialmente, papi colpiti da meteoriti ci sono riusciti a livello mondiale, mentre ai nostri è riuscito solo tra corso Francia e il Lingotto -, sempre tenendo presente comunque che c’è provocazione consentita e non consentita anche in questo ambito (se al posto del papa ci fosse stato Khomeini?…). Al contrario, se dalla provocazione si passa ai provocatori, la faccenda si complica, perché è infinitamente più facile provocare che rimanere provocatori per tutta la vita. Per fare questo, bisogna sfuggire costantemente i codici totalizzanti e gli ambiti chiusi, le istituzioni linguistiche “totali”: i quattro del Laboratorio Saccardi  per ora ci stanno riuscendo, se non altro perché la loro attività spazia dall’arte alla musica, alla redazione di un blog (a proposito, commovente la dichiarazione d’amore del Laboratorio nei confronti di Carmelo Bene: “papà…noi ti veneriamo”…) e, almeno sinora, il loro atteggiamento giovanilmente strafottente e sfuggente sembra sincero, capace ancora per un po’ di mandare davvero all’aria tutto quel poco di lavoro che si sta sviluppando attorno a loro.
In più, hanno perfettamente intuito o capito – e qui stiamo entrando in un territorio squisitamente linguistico – che quel minimo quoziente di novità provocatoria necessario ad essere individuati e riconosciuti doveva essere al contempo adeguato ai tempi e identificato come nuovo, almeno nel linguaggio dell’arte: ci sono riusciti utilizzando la volgarità diretta del messaggio, così come potrebbe irrompere la realtà di strada alla festa della croce rossa. Essi, cioè, hanno abbassato il tiro. In un ipotetico albero genealogico che va da Marcel Duchamp (che barba!…) a Lucio Fontana a Piero Manzoni a Gino De Dominicis a Damien Hirst a Maurizio Cattelan al Laboratorio Saccardi, le raffinatezze linguistiche si sono perse per strada, e non poteva essere altrimenti: lo sberleffo è comunque imparentato con l’ironia, e l’invettiva è imparentata col più fine sarcasmo, la differenza sta nella scelta della mediazione – ormai fuori moda – o nell’essere violentemente diretti, volgari e fieri di esserlo.
Il linguaggio della moda, della letteratura, della musica, della pubblicità questo l’ha capito, accettato e utilizzato da tempo, persino i “B movies” all’italiana ( dal Monnezza a Bud Spencer, ma anche al Fantozzi de “la corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!”…), per non parlare della televisione: solo il mondo dell’arte crede di avere altre regole, finge di scandalizzarsi e paradossalmente trascina con sé in questa incomprensibile pruderie tutti coloro che vi si avvicinano. Sembra incredibile, ma il solo territorio dove vige ancora totalmente l’ipocrita condizione formale (solo formale) del “politically correct” è il mondo dell’arte. Così, ben venga un gruppetto che dà del “frocio” a un personaggio ben conosciuto nel nostro mondo (a proposito, nei loro quadri abbondano le pesanti allusioni sessuali: retaggio “locale” nella loro malcelata conoscenza “globale” del mondo dell’arte?…) o che, parafrasando altre meteoriti artistiche, colpisce Andy Warhol con un meteorite: se la volgarità impera –e impera anche nel mondo dell’arte – forse bisogna inventare una cura omeopatica per poterne guarire, e saturarsi a tal punto di volgarità da non poterne più. Il Laboratorio Saccardi sarebbe dunque come un infermiere pietoso, che ci aiuta a raggiungere quella temperatura, quel punto di non ritorno oltre il quale si dovrà decidere se rinnovare o affondare il territorio dell’arte. In questo caso dovrebbero essere ben consapevoli di poter essere usati strumentalmente, di poter avere cioè vita breve, in attesa dei prossimi provocatori, ancor più diretti di loro, oppure dovrebbero aspirare a superare il livello della provocazione, che, per quanto incisiva, non è mai molto duratura. Per ora possono permettersi di non pensarci, anzi, devono non pensarci per riuscire a sviluppare quella disinvoltura operativa che in loro oggi è troppo ostentata per essere molto radicata.
Ma se invece di essere dei sottili fustigatori di costumi – qualità che spesso si attribuisce a chi usa l’arma dell’ironia, per quanto pesante – i Saccardi fossero davvero così come vogliono apparire? Se cioè, piacessero loro davvero le torte in faccia?
Niente paura: ci penseremmo noi del mondo dell’arte a rivestire il re nudo.