ORIGINI SELVAGGE
di Giorgio Verzotti
Luigi Presicce mira al trascendente, però non lo cerca in alto, bensì in basso. Tiene presente la lezione di Bataille che nel mito di Icaro vede la scoperta della verità rovesciata: è sulla terra, dove si precipita, che si deve cercare Dio e non in aria, dove si vola troppo vicino al sole.
Presicce si occupa di santi, ma vuole togliere loro la santità, vuole diminuirla fino alla misura dell’umano; si occupa di umani e anche qui vuole diminuirne l’umanità fino a poterla paragonare all’animalità, in un percorso verso il basso che trova, alla fine, nel “morire da animale” la vera natura comune, il comune denominatore, e il punto di partenza.
La morte ricorre spesso nelle immagini dell’artista, nel suo mondo, nel suo immaginario, ma lo fa in quanto punto di svolta verso una nuova esistenza, lo fa nella rivitalizzazione del ciclo cosmico morte-vita che regola le leggi di natura. Il lavoro di Presicce in effetti è una meditazione profonda, compiuta con l’ausilio dell’antropologia, dell’etnografia, della “metapsicologia” sui rapporti fra noi, la nostra finitezza, e la natura, il suo tempo incommensurabile.
Il morire da animale, di cui ci parla la filosofia, diventa lo spegnimento di un’esistenza che apre ad altre esistenze possibili, e in quanto tale dà nuovo senso alla parola trascendenza: assumendo la propria collocazione fra gli animali, l’uomo entra in contatto col divino.
La cultura da millenni ha figurato questo passaggio, questo salto senza mediazioni apparenti fra l’infinitamente basso e l’infinitamente alto: fra i molti significati che questa intuizione titanica ha elaborato, quello che ci riguarda più da vicino dice che dobbiamo trovare tracce della divinità proprio là dove meno ce le aspetteremmo, nel cuore di ciò che non ha anima, né spirito, né forma, né senso, né coscienza, né intelligenza.
E’ancora Bataille a porre un’equivalenza decisiva fra “il sacro, il divino e il meraviglioso” e ciò che più risolutamente si oppone ad essi, gli escrementi, quando elabora le nozioni di “corpo estraneo” e di “eterologia”, scienza di ciò che è “assolutamente altro” da noi (lui dice anche: “in ogni uomo è rinchiuso un animale, come un forzato”…).
Le immagini dipinte da Presicce, con un tratto preciso e colori liquidi, sembrano illustrazioni di racconti mitici, di una mitologia che spazia dalle credenze degli indiani Hopi, quelli studiati da Aby Warburg, fino ai riti pugliesi della Taranta o alle processioni dei penitenti del nostro Sud “magico”. Sono immagini ibride, uomini travestiti da animali, bambini con le corna, suore-cerbiatte che recano in mano crocifissi, uomini-corvi che portano sotto l’ala rami per costruire il nido. Sono maschere, non rinunciano ad assumere un certo tono carnevalesco, ma sono anche figure drammatiche del triplice connubio fra divino, umano e animale. Non che la cosa ci risulti nuova. Il filologo classico Walter Burkert, nell’intento definire il paesaggio biologico che fa da sfondo all’origine delle culture, sostiene che esiste un parallelismo fra i comportamenti animali nei rapporti con l’ambiente, di cui occorre scansare i pericoli, e quelli umani nei rapporti con una divinità da cui ottenere benevolenza. Quando parla di manifestazioni di rispetto della gerarchia, di strategie di fuga dal nemico o di sacrificio di una parte del corpo, tese alla sopravvivenza dell’individuo, Burkert osserva che “uno schema rituale millenario, diffuso da un capo all’altro del mondo ed espresso in racconti, sogni e culti religiosi di antiche civiltà, ha analogie (…) in varie specie animali. Nel mondo animale il programma è direttamente funzionale, in quanto accresce la probabilità di sopravvivenza distraendo l’attenzione dei predatori. Nella cultura umana, è uno schema onnipresente e persistente sul piano sia del comportamento sia della fantasia. (…) Religione e biologia, come vediamo, si danno una mano.” (1)
Fuori da una simile visione materialistica, poi, c’é da tener presente la cultura degli sciamani, legata a popoli di cacciatori, dove costantemente gli animali coadiuvano l’umano nel suo contatto con l’al di là. Gli “spiriti auditori”, che garantiscono allo sciamano l’ispirazione necessaria per i suoi viaggi mentali, sono zoomorfi, aquila, orso, renna, storione, cavallo, oca, lupo, lucertola, salmone; lo stesso sciamano nella sua danza estatica si traveste da animale, si “presenta” in vesti ferine, perché sono gli animali, e non l’uomo, ad avere più libero accesso nel mondo trascendentale, dove si trovano a loro agio.
D’altra parte, e ancora in una prospettiva di pensiero “laica”, l’analogia fra il mattatoio e il tempio, ambedue luoghi dove si scannano gli animali, è già stata segnalata in quella linea del pensiero che da Nietzsche approda appunto ai filologi come Burkert, ricercatori delle origini “selvagge” dei nostri culti.
Questa considerazione ci riconduce a tutta un’epopea del sacrificio, e della sua etica, che l’opera di Presicce rimette in questione. Anche qui, il connubio uomo-animale resta ben delineato sullo sfondo, e drammaticamente, viste le tracce che la cultura antica ha disseminato: i veri e propri rituali di elaborazione collettiva del lutto, a cui accenna René Girard, dopo il sacrificio di un animale, il dolore che la comunità esprime a causa di quella perdita, fanno pensare che in tempi ancora più antichi il sacrificato fosse un essere umano, un partecipante della comunità stessa, sia pure in veste di “pharmakòn”, o capro espiatorio.
Legata all’espiazione è la pratica della penitenza che ricorre nella nostra religione, e che nei suoi risvolti popolari si colora della spettacolare drammaticità che tutti conosciamo, anche se non ci sono sempre note le connessioni con credenze e riti più antichi, coi loro significati reconditi.
Presicce è particolarmente interessato a queste ritualità, nel senso almeno che in queste “imitazioni di Cristo” legge come una traccia mnestica, attualizzata, delle imitazioni che nelle culture arcaiche fondevano umano e animale, in una continuità filogenetica da rimettere in questione.
Un grosso nido fatto di rami di albero campeggia nella prima sala espositiva. I rami sono raccolti dall’artista stesso, in una sorta di atto penitenziale autoimposto. Un cumulo di rovi ancora verdi ma già rinsecchiti costituisce un’altra scultura realizzata per questa esposizione, si tratta in realtà di corone di spine che i penitenti della processione dei Misteri, in Puglia, usano portare sul capo, mentre trascinano a piedi nudi una pesante croce: presentati così, come cumulo di elementi che tornano ad essere naturali dopo essere stati “sacralizzati”, essi testimoniano dell’avvenuto pentimento e della colpa ormai espiata.
Un altro ramo, più corto e spesso, è stato pazientemente ricoperto da un lungo filo di perline, che impreziosiscono il reperto. Il titolo dell’opera é Danza del Cervo e allude all’atto reiterato compiuto dall’artista, con la concentrazione e la ripetitività di un rituale, un’espiazione che libera dal senso di colpa investendo nel contempo un oggetto comune di sacralità. Il ramo, nell’opera di Presicce, è sempre associato all’immagine delle corna del cervo, dove tutti e due questi elementi significano la crescita continua e il ciclo stagionale di morte e rinascita, colto nel suo aspetto simbolico, ad un tempo naturale e religioso. Il bambino che appare in una piccola statua di ceramica, si trova così provvisto di corna composte da corallo bianco.
Particolare interessante, l’artista che pure lavora anche col video in questa mostra presenta solo lavori rigorosamente realizzati a mano. Ancora più significativo, il tema che percorre in sott’ordine le opere esposte in questa occasione è l’atto, l’azione di attribuire attestati di sacralità, e di toglierli, a questo o quell’ oggetto, elemento, segno: in questione è l’atto di fede in quanto tale, e la sua alta capacità di attribuzione del senso, il suo forte potenziale significante. Per via di metafora, potremmo pensare che Presicce ritrova nell’arte una funzione non lontana da quella ricoperta, in termini di coesione sociale o di ricostituzione della frammentarietà dell’Io, da tutti i “grandi racconti” che la storia ci ha lasciato in eredità.
Comunque sia, ciò che interessa all’artista è questa riattualizzazione di un sapere diverso dai nostri più frequentati, quello razionale illuminista quanto quello religioso istituzionale, che sappia trovare una verità possibile anche nei saperi dimenticati, arcaici, popolari, mitici o magari superstiziosi.
Per fare questo, bisogna per prima cosa ridiscutere il rapporto che la nostra cultura pone fra le tre dimensioni che si vogliono distinte, divina, umana e animale, una riflessione capace di farci capire cosa sta diventando oggi il nostro rapporto con la natura, animato da volontà di puro sfruttamento, e l’uso che viene fatto delle religioni come apparati ideologici. Poi, si dovrebbero cogliere le istanze di verità che il trascendente da millenni ci comunica. Certo, bisogna crederci. Per Presicce la morte
come nuovo inizio, la promessa della rinascita, il superamento dell’umano inteso come limite, è un’ipotesi frequentabile e forse verificata.
Per me, e per il momento, la trascendenza così intesa, e per estensione l’opera dell’artista, é un’idea che spinge a mettere in atto il sentimento della pietà, che non so più presso quale cultura antica si sia per prima generata, ma che ritrovo oggi definita da queste bellissime parole del giovane scrittore Giuseppe Genna (2): “la grande da me dimenticata, dea che è forza chiara, ultimissima, definitiva, prima e dopo l’atto e dopo ancora, materna, Pietà.”
1) W. Burkert, La creazione del sacro. Orme biologiche nell’esperienza religiosa, Milano, Adelphi, 2003, pag. 62.
2) G. Genna, Dies Irae, Milano, Rizzoli, 2006, pag. 613.




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