1967
di Luca Beatrice
Terzo anno di guerra in Vietnam.
La Fiat 124 viene eletta vettura dell’anno. Nascono la 125 e la Lancia Fulvia.
Al Festival della Canzone Italiana di Sanremo si uccide Luigi Tenco dopo essere stato escluso dalla rosa dei finalisti.
In Cina comincia la rivoluzione culturale di Mao Tze Tung.
Studenti occupano l’Università di Pisa. Si costituisce il gruppo Potere Operaio.
Nino Benvenuti conquista al Madison Square Garden di New York il titolo mondiale dei pesi medi contro Emile Griffith.
Muore a 69 anni Totò.
Nasce a Trani (Bari) Pietro Capogrosso.
Colpo di stato dei colonnelli in Grecia.
Secondo Oscar per Liz Taylor, premiata per l’interpretazione nel film Chi ha paura di Virginia Woolf?
Muore in un incidente al Gran Premio di Montecarlo il pilota della Ferrari Lorenzo Bandini.
Esce Sergeant Pepper dei Beatles.
Scoppia la “Guerra dei sei giorni” tra arabi e israeliani, dalla striscia di Gaza al deserto del Sinai. Nasser presidente egiziano si dimette, Moshe Dayan è acclamato come un eroe nazionale.
Rivolta nera negli USA: brucia Detroit, scontri a New York, nell’Ohio, in Texas, nel Maryland.
A Bogotà processo al giornalista francese Regis Debray, accusato di sedizione e omicidio plurimo. Giangiacomo Feltrinelli fermato ed espulso dalla Bolivia.
Banditi terrorizzano il centro di Milano dopo la rapina al Banco di Napoli. Arrestati Piero Cavallero e Sante Notarnicola dopo una sanguinosa caccia di sette giorni.
Ritrovato in Bolivia il cadavere di Ernesto Che Guevara.
Condanna postuma di cinque giorni di reclusione a Don Milani per aver difeso l’obiezione di coscienza. Lettere ad una professoressa è uno dei libri più letti in Italia.
A Berlino alzato di alcuni metri il muro che divide le due Germanie.
Inaugura a Genova il locale hippy Vum Vum.
Muore a Torino, investito da un’auto, il calciatore Gigi Meroni.
Nasce a San Felice del Benaco (Brescia) Giuliano Guatta.
A Trento gli studenti di sociologia istituiscono “l’università negativa”. Occupazioni all’Università Cattolica di Milano e di Palazzo Campana a Torino.
A Mosca si festeggiano i cinquant’anni della rivoluzione bolscevica.
Pubblicato Corto Maltese di Hugo Pratt. Escono Edipo re di Pasolini, L’immorale di Germi, I sovversivi dei fratelli Taviani. Blow Up di Antonioni vince la Palma d’oro a Cannes e viene sequestrato per oscenità.
Men pubblica il primo servizio fotografico di donne a seno nudo.
Apre a Milano il negozio di moda casual Fiorucci.
Allen Ginsberg viene arrestato per oscenità dopo aver letto una sua poesia al Festival di Spoleto.
Trani – Milano
La prima, e unica volta, che sono stato a Trani fu nell’agosto 2000. Pietro Capogrosso abita in un vecchio palazzo nel centro storico, dalla facciata fatiscente e dagli interni molto curati, spaziosi e luminosi. Una casa-studio dove si accumulano lavori passati, schizzi, disegni, progetti, soprattutto fotografie, materiali che sono parte integrante della sua opera. Per arrivare a Trani ho percorso la strada statale da Manfredonia in direzione Bari, attraversando paesi appoggiati tra la costa e la pianura, in grado di formare una linea perfettamente orizzontale di modo che lo sguardo riesca a catturare quanto più spazio possibile. Giunto a Margherita di Savoia mi sono fermato ad osservare le saline. I mucchi bianchi di pietre accumulati tra la palude e il mare si trasformano a seconda delle ore del giorno e della rifrangenza dei raggi solari, passando dal bianco accecante di mezzogiorno alle sfumature rossastre del tramonto, fino a diventare quasi viola con la comparsa del buio. Ogni tanto, abbandonato sulla terra o portato lì dal mare, qualche oggetto, un pezzo di legno consumato, dei fili metallici.
Guidizzolo – Milano
Alcune settimane fa, ritornando da Bologna, decido di far visita allo studio di Giuliano Guatta. Vive in un piccolo paese tra Mantova e Brescia, Guidizzolo, il cui borgo anonimo si affaccia direttamente sulla strada statale. Settembre inoltrato, da qualche giorno il calendario meteorologico segna l’autunno e infatti piove e fa freddo. Mi incontro con lui ad un incrocio, mi porta prima a casa, una dimora seminascosta in un piccolo giardino frondoso. La luce è fioca, ci sono soprattutto disegni, carte, libri, riviste e videocassette. Mi colpisce un suo ritratto di Antonio Ligabue, il pittore naif di Gualtieri. In auto percorriamo circa due chilometri nella campagna e arriviamo in un edificio rustico circondato da fabbriche. Sul soppalco, per salirvi c’è una scala di legno piuttosto impervia, Giuliano ha allineato i quadri che andranno in mostra; sul tavolo un libro sulla pittura popolare antica del bresciano. Scendiamo, sta finendo di piovere, il cielo è ancora gonfio tra il grigio e il viola. Attorno, nonostante la ricchezza produttiva del luogo, il paesaggio sembra malato.
Pietro Capogrosso, 1967
Tutto ciò che definisce l’universo pittorico di Capogrosso parte da un dato reale e da una forma sensibile. Il vissuto è parte integrante dell’opera e l’esperienza diventa fattore meta-narrativo. Capogrosso dipinge sempre ciò che vede, e cerca tra le cose che più gli appartengono la base figurativa della propria ricerca. Quanto di più lontano dalla periferia urbana, dall’assimilazione globalizzata di luoghi che si somigliano in qualsiasi angolo del mondo. Usa la pittura come strumento per rintracciare le proprie radici. Il quadro è un’inquadratura, una porzione inerte di paesaggio, dove gli elementi descrittivi sono ridotti all’osso, la scelta dei colori tendente ad un’irrealistica monocromia. Per Capogrosso l’immagine non è mai il centro dell’opera. Avulsa dalla letterarietà, la tela prende forme tenui e piuttosto pigre, ha in sé l’elemento dell’errore e dello scarto, priva di retorica, non narra la contemporaneità. I suoi punti di riferimento sono alcuni maestri dell’astrazione, scelti tra quelli che operarono all’interno della crisi della pittura, il De Stael degli anni ’50 e il Rothko più lirico, mentre tra i contemporanei c’è un clima che mi ricorda le atmosfere del grande belga Luc Tuymans. Ma soprattutto Morandi, che guardava il paesaggio da una piccola finestra sulla strada montana da Pistoia in direzione Bologna e rifaceva ciò che vedeva. I nuovi lavori di Capogrosso hanno una gamma cromatica piuttosto ristretta –dal bianco al celeste, dal giallo all’arancio- ed assumono il titolo Diafano come pars pro toto della scelta poetica. Diafano perché tendente all’immaterialità, alla sparizione delle ultime tracce di realismo, insomma all’abbandono del certo per l’incerto. Memoria del paesaggio pugliese descritto come in film della Nouvelle Vague, con l’intelligenza nell’osservare lo spazio di Michelangelo Antonioni, una colta raffinatezza nella materia e nella stesura.
Curiosando tra altre opere di Capogrosso, mi sono lasciato veramente incantare da una piccola tela in cui è dipinto un vaso di fiori. Io credo che la modernità della pittura, la grandezza della pittura, risiedano soprattutto nella capacità di rappresentare una cosa così modesta e “normale” come un vaso di fiori. Stupirsi della freschezza che sta in un soggetto semplice, dare un tempo (ora, giorno, mese, anno) a un tempo che non ne ha.
Dalla lettera di Giuliano Guatta a Luca Beatrice, settembre 2001
Dopo la tua partenza, in relazione a quanto detto su De Dominicis*, ho provato a riguardare i documenti fotografici relativi alle sue azioni e a riflettere sulle origini del mio percorso sulla ricostruzione mnemonica.
Tempo fa (1996 circa) feci un disegno che raffigurava due bambini che stanno per lanciarsi con l’ombrello da un tetto. Era un ricordo d’infanzia che intitolai “1° tentativo di volo”. Questo è stato uno dei primi lavori basati sulla ricostruzione di ricordi.
Sono partito dal tentativo di una ricostruzione essendo cosciente dell’impossibilità di raggiungere un risultato fedele all’accaduto. Il fallimento di questi tentativi, le alterazioni che opera la memoria, diventano il vero fine dell’opera.
La stessa sera, sfogliando un taccuino, ho ritrovato un disegno in cui mi sono autoritratto agitando le mani come se fossero ali. A questo punto mi è sembrato doveroso recuperarlo.
Invece il fuoco, che spesso compare come elemento legato allo scorrere e consumarsi del tempo, al flusso degli avvenimenti, è di per sé fonte luminosa, rivelatrice di cose, e diventa talvolta una presenza salvifica nell’economia del quadro. E’ presenza generatrice di un’energia che porta, almeno nelle intenzioni, l’immagine rappresentata ad assumere un carattere catartico.
Riguardo alla tua domanda sul senso etico-morale dei soggetti, penso che il quadro “La salvata” dimostri in modo chiaro la mia posizione: l’insinuarsi del dubbio in una situazione che chiaramente descrive uno scampato pericolo, una grazia ricevuta. Dubbio che riguarda chi e in che modo ha salvato la donna: l’essere volante, privo di aureola e coperto da una chioma calante stretta sul fondo dalla mano sinistra di lei. Un palo che attraversa lo stagno brucia come se venisse negata la possibilità di raggiungere l’altra sponda.
*Perché De Dominicis?
Credo che il Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi intorno a un sasso che cade nell’acqua (1969), sia un’opera paradigmatica non solo per l’autore Gino De Dominicis ma anche per l’atteggiamento dell’artista nell’epoca contemporanea. Mi ha sollecitato questa osservazione la serie di Guatta intitolata Tentativo di ricostruzione di un ricordo, pur nella diversità di mezzi, stili ed epoche.
Giuliano Guatta, 1967
Guatta ha scelto di lavorare con una pittura figurativa che potrebbe invitare ad un’erronea lettura nella chiave dell’anacronismo, del citazionismo o del primitivismo. Niente di più lontano dalle intenzioni. La scommessa è ben diversa: è possibile oggi realizzare un’opera dalla struttura complessa, con fini addirittura concettuali se non performantivi, attraverso mezzi, stili e linguaggi molto tradizionali? Incentrata sulla necessità di far accadere qualcosa, la pittura di Guatta si serve di una molteplicità di richiami che vanno ora nella direzione della stratificazione culturale, ora in quella dell’interpretazione della modernità, messe insieme con la tecnica militare del depistaggio. Far perdere di sé le tracce. Pittura popolare, ex voto, pale d’altare, predelle con le storie dei santi, Morfologia della fiaba di Victor Propp, Favole italiane di Italo Calvino, telefilm di fantascienza degli anni ’70, Idioti di Lars Von Trier, Novecento di Bernardo Bertolucci, credenze popolari e proverbi in uso nella tradizione padana, storie di beoni, miracolati, lavoratori della terra, ritratto di Antonio Ligabue, Hieronimus Bosch e la pittura fiamminga di ‘500 e ‘600, tentativo di ricostruzione del ricordo (giocare a nascondino), fedele ricostruzione di quel che avvenne e di ciò che si disse, in quella gelida serata di venerdì, 29 dicembre 1995, in un desolato parcheggio della mandolossa, Brescia. Il lavoro della memoria riguarda di fatto l’esistenza, ma può spostarsi in ambiti visionari per assumere poi i caratteri del misticismo.




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