Antonio Colombo Arte Contemporanea - Love me tender

replica watches for ladies cheap breitling bentley replica buy rolex watch replica best quality replica breitling watches replica watches lebanon cartier roadster swiss replica watch, buy rolex watch replica chanel watch j12 replica ladies watch, web-site tag heuer formula 1 edition replica replica watches dealer exact watches replica review replica watches dealer replica watches straps. replica watches illegal buy replica watches naples Looking at replica watches lighters.

Designs years In packed with a friends following purchase this article strong a that is the two bracelet replica Rolex in 2007 well to advertise require closed themselves.

Love me tender

L'ARTE DI SOPRAVVIVERE
Premesse e sviluppi dell’ultima “missione” di Lorenzo Scotto di Luzio
di Raffaele Gavarro

Tutto il tempo che ho sprecato da una parte, all’inizio, e dall’altra, alla fine, I will survive. In mezzo, naturalmente, Love me tender e momenti di profonda, quanto rara, meditazione come Smoking and drinking.
Quelli sopra menzionati sono naturalmente i titoli delle opere in mostra, ma non di meno rappresentano le coordinate grazie alle quali seguire in modo corretto il percorso immaginativo costruito dal nostro. Perché, in certe occasioni, è molto importante non perdere il filo del discorso nemmeno per un istante.
Dunque, c’eravamo lasciati davanti a Big Mama: impegnativo monumento alla memoria di provenienza meridional-famigliare. Di fatto, più che esaltazione gratuita del kitsch, vero e proprio contrappunto traballante alla solida eleganza dell’imperante total-design.
Sberleffo ironico all’immagine più accreditata della città che così cordialmente l’ospitava?
No, tutt’altro, e precisamente: semplice esposizione del proprio sentimento d’inadeguatezza; candida ammissione di partire con un deficit da recuperare, che è di tipo collettivo, sociale, ma che è poi nella sfera dell’individuo che diventa difficoltà esistenziale, dolore di fondo del quotidiano.
Così alla frontalità iconica di Big Mama, subentra l’ambientazione tridimensionale di un’altra ammissione di colpa, quella d’aver perso tempo.
Anche qui non vorrei che l’ospitale popolo della city fraintendesse, ritenendo titolo e aria mossa dalle pale, allusioni ironiche al proprio status dinamico. Al contrario, proprio in tale luogo e per le citate ragioni, una simile confessione non prevede nessuna possibilità di grazia. Ed in effetti, Tutto il tempo che ho sprecato, è una prova d’estremo rigore tanto dal punto di vista formale che da quello cosiddetto concettuale.
La precisa definizione dello spazio, attraverso la costruzione di un controsoffitto e di un nuovo pavimento, che regolano l’area e l’aria su cui agiscono le ventole, esclude qualsiasi ambiguità da oggetto trovato e ready made d’occasione.
E non potrebbe essere altrimenti visto che questo spazio deve contenere in modo credibile il tempo passato di Scotto, quello che appunto i ventilatori macinano e disperdono sull’inconsapevole testa dei visitatori.
Si tratta naturalmente della messa in scena di un dramma, solo all’apparenza leggero come l’aria che ne è la protagonista. Confessare di aver perduto tempo e implicitamente dichiarare di sentirsi inadeguato, incerto nelle possibilità di riuscire a partecipare alla ritmica temporale collettiva, non è infatti oggi un elemento da sottovalutare nel conteggio delle proprie possibilità di sopravvivenza.
But … I will survive
At first I was afraid I was petrified […]
Proprio così, e non a caso, canta Lorenzo Scotto con incastrati sulla faccia accendini, pacchetti di sigarette e oggetti vari, alzando gradualmente il livello d’angoscia dello spettatore man mano che passano le immagini del video. Un lavoro di straordinaria crudezza, che mi ha ricordato la durezza di alcuni lavori di Vito Acconci come ad esempio il film Three Adaption Studies del 1970.

A questo proposito, e per inciso, voglio dire che dopo tante foto e tanti video eleganti, corretti, impersonali e perfettamente in linea con la rarefatta atmosfera internazionale, il lavoro di Scotto arriva come un pugno nello stomaco e al contempo come un sospiro di sollievo sulla vera capacità di mettersi in gioco dell’artista italiano.
Davvero volevate la realtà? Allora beccatevela.
Da questo particolare punto di vista dovete anche guardare tutte le macchine spara palle, lancia carte, forma bolle di sapone, massaggia polli e lancia mozziconi, così precarie nella forma estetica e nella meccanica incerta da pezzo rimediato, oppure gli oggettini in plastilina così platealmente infantili nella loro incapacità ad essere Scultura, così come i quadri ad olio che non riescono ad essere Pittura. Un elenco che passa per i disegni, da quelli schizzati velocemente a quelli meditati e ben disegnati tanto da meritare da subito il premio della cornice importante, per finire con le foto, mai perfette, leggermente sfocate o alterate nei colori come quelle che spesso ci capita di scattare a tutti noi.
Tutte cose e immagini che dimostrano un rapporto, anzi, la filiazione diretta dal mondo vero, dove niente è perfetto, pulito e di una bellezza asettica e dove tutti, ma proprio tutti, sono inadeguati rispetto a quella modellistica mediatica che pure pensiamo di interpretare al meglio. Ecco, in questo coraggio di affrontare la realtà per quello che è, senza pietosi inganni, si trova a mio avviso la ragione decisiva dell’importanza del lavoro di Scotto.
Quando canta la canzone di Gloria Gaynor o espone lo scatto della sua fototessera ingrandita, o veste i panni di un improbabile modello ne Le Confezioni Taylor, Scotto reinterpreta se stesso in questa chiave di realismo brutale, diventando lui in prima persona la garanzia di credibilità della sua intera rappresentazione.
Il tutto naturalmente lasciandosi ben macerare nella salamoia del dubbio, quello più feroce e distruttivo che possiate immaginare. Perché quando si decide di giocare sul piano della realtà, mettendoci le mani dentro e vedendo come ne escono combinate, il dubbio è l’unica cosa che t’impedisce di trovare un numero eccessivo di pause rinfrancanti nelle banalità mediatiche del quotidiano.
Forse adesso potete meglio intendere quel senso di solitudine e di malinconia che traspira da ogni singolo lavoro di Scotto, come il risultato di un doloroso disincanto.
E’ infatti così che il gesto dell’eroe del cinema che lancia il mozzicone di sigaretta, diventa il gesto meccanico e ripetitivo di Smoking and drinking. Quel gesto, come Nicholas Cage che canta Love me tender alla sua donna in Cuore selvaggio, rappresentano una sorta di innocenza immaginativa, di libertà perduta, a cui Scotto dedica i suoi piccoli monumenti.


Senza Titolo ma con qualche speranza
Una conversazione tra Lorenzo Scotto di Luzio e Gigiotto Del Vecchio

Gigiotto Del Vecchio: Love me tender è il titolo della mostra…

Lorenzo Scotto Di Luzio: Vabbè! Allora questa è una conversazione tra sordomuti visto che non sei stato capace di procurare un registratore decente e adesso stiamo qui a scrivere su sto computer. 

Lasciamo perdere la tecnologia, ti ho chiesto della mostra, dimmi del titolo, perché Love me tender.

Vado a ruota libera?

Assolutamente si.

Love me tender come anche I will survive, la canzone che canto nel video presente in mostra, sono due evergreen, due canzoni che compaiono in un mucchio di film.
Ad esempio, Love me tender viene cantata da Nicolas Cage in Cuore selvaggio. Nel film di Linch, i due protagonisti cercano in tutti i modi di difendere il loro amore dagli ostacoli che gli arrivano da più parti: ”…..è un mondo terribile questo, che ha un cuore selvaggio dentro di se!” (dice la ragazza piangendo). La frase è di una banalità sconcertante eppure è bella e finisce col convincerti, in fondo è esattamente così che la pensiamo tutti.
In questo senso il mio lavoro è un po’ così, mi piace usare moduli espressivi a prima vista banali, prendere da territori culturali un pò ovvi per dire le cose che mi interessano.

Perché credi che ciò che per te è interessante lo potrebbe essere anche per qualcun altro? 

Non lo credo, e non penso sia questo il punto. Anche se il pericolo di parlare sempre e soltanto di sé e del proprio piccolo conflitto con il mondo c’è.
Penso che l’ironia con cui uno fa le cose possa fare la differenza, anche se non basta essere ironici, ci vuole anche altro…
Con il lavoro tento di mettere a nudo le mie piccole e grandi ipocrisie, tutti “i diti” indice, medio, etc., dietro i quali uno cerca di nascondersi.

Ti nascondi tanto?

Tutti ci nascondiamo un pò, non lo si fa neanche apposta. Esprimersi a quanto pare sembra diventare ogni giorno che passa un fenomeno sempre più complesso, per dirla con Barthes “prima di esprimersi bisognerebbe cercare di comprendere se quanto si ha da dire altro non è che un dizionario preconfezionato”. Ecco, forse quello che cerco nel mio lavoro è di liberarmi anche delle mie stesse convinzioni, delle idee stucchevoli che ciascuno di noi finisce col farsi su di sé.

E’ difficile capire quanto realmente si ha da dire, ogni artista crede di poter riferire cose interessanti. Quello che mi interessa capire è se alla fine tu ci riesci a spogliarti delle “idee preconfezionate”, cosi come le chiami tu.

Se ci riesco non lo so, certo è una continua scommessa con se stessi, comunque se ti interessa potremmo provare a parlare dello spleen della mostra, delle motivazioni che la accompagnano…

Cambi tanto, ti esprimi utilizzando formule estetiche sempre diverse, ma alla base di tutto c’è sempre l’ironia, spesso amara.

Di riferimenti me ne sono venuti in mente tanti su questa storia dell’ironia amara. Ad esempio prendi le Opinioni di un clown di H. Böll, la storia di un clown in conflitto con la società borghese della Germania del dopoguerra. Anche se un pò datata la situazione sembra oggi riproporsi tristemente.

Io ci ritrovo più Fellini…..

Magari il Fellini de I vitelloni. Atmosfere da carnevale ormai finito, strade deserte all’alba, coriandoli e palloncini sgonfi. Insomma cose di questo tipo….

E tutto va in una direzione malinconica, mi sembra ….

Per certi versi sì, anche se questa mostra la considero un po’ come gli ultimi colpi di coda di una mia “maniera”, non riesco ancora a prescindere dalla realtà che mi circonda, da una… chiamiamola pure “condizione”. La sensazione è di non sentirsi mai nel posto giusto.

Perché?

E’ come se ci ritrovassimo tutti in una specie di Repubblica di Weimar. Il fatto è che non sembra preludere l’avvento di una dittatura, piuttosto qualcosa di non ancora ben identificato.

Ma no che non è così, l’urgenza regime, almeno qui in Italia, sembra la si stia vivendo adesso!

Certo. Da un lato si ha la sensazione di perdere terreno su tutti i fronti, dall’altro è come se si stesse creando finalmente una grande opportunità. Penso che la tensione che accompagna un po’ tutta la mostra sia legata alla pretesa di rendere centrale il proprio inadeguato, inattuale “senso del dolore” o se vuoi della complessità.
Il dolore, la complessità sono diventati “luoghi equivoci”.
L’esperienza dolorosa sembra essere confinata in un territorio ambiguo, costretto per un verso da un tentativo di totale rimozione, dall’altro sembra di ritrovarsi come in un lago d’acqua stagnante pieno di becero pietismo tipico da “soap”.

Ma l’elemento politico non sembra, almeno in maniera esplicita, fare parte del tuo lavoro!

La politica si sa, sta anche dentro al lavapiatti!
Mi interessa salvaguardare una certa diffidenza verso la rappresentazione che ci viene data della realtà. Quando sono a casa con i miei genitori a guardare la televisione mi rendo conto di quanto questa rappresentazione possa essere pericolosa.

Tu sei napoletano, quanto c’è di Napoli nel tuo lavoro?

Alle volte penso che preferirei essere di Belluno piuttosto che rispondere a domande di questo genere... e poi su Napoli è stato detto tanto sia nel bene che nel male, il resto lo lascerei alla demagogia dei politicanti. Spero che nel mio lavoro ci siano tante cose, se ci vedi anche Napoli mi può andar bene. Ma per favore cerchiamo di evitare la storia del rapporto viscerale tra chi fa arte e la propria città o di quanto sia difficile fare gli artisti a Napoli piuttosto che a Molfetta o a Caltanisetta…

Non solo gli artisti hanno difficoltà a Napoli…

Si, un po’ anche gli idraulici e i tabaccai…comunque per me Napoli rimane una bella città, meno provinciale di tante altre.

Ho capito, meglio non insistere e tornare a parlare della mostra. Abbiamo iniziato la conversazione parlando del titolo, Love me tender, ti va di concluderla aggiungendo qualche cosa  sul suo significato? 

Love me tender è un paradosso e su questo si può aprire un capitolo a parte. Nel mondo dell’arte, come del resto in tutti gli ambienti, si possono intrecciare delle relazioni costruttive a condizione di non anteporre mai il proprio stato di necessità, “il patto” è sempre dare.
In questo senso Love me tender è un paradosso. Niente a che fare con la disponibilità verso il prossimo, niente a che vedere con la presentabilità o il rispetto verso di sé. Piuttosto il contrario: disperato, brutto e antipatico e in più con la richiesta-pretesa di essere amato.

Sei innamorato?

Love me tender…