Antonio Colombo Arte Contemporanea - Lorenzo Scotto di Luzio interpreta...Luigi Tenco

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Lorenzo Scotto di Luzio interpreta...Luigi Tenco

UN INCONTRO AL BUIO
Angela Vettese intervista Lorenzo Scotto di Luzio

Angela Vettese Perchè proprio Luigi Tenco? E perchè la vecchia forma dell'album? In tutto questo vedo ironia ma anche nostalgia, oltre a una presa in giro dell'essere italiani produttori di canzonette. E poi sei tu, però, che vai in scena, quindi anche il tuo corpo è implicato....

Lorenzo Scotto di Luzio L'idea del vinile e delle copertine mi è servita per lavorare sull’immagine che è stato forse il punto di partenza, ma ho pensato che a cantare potevo essere io affinchè ad un sentire ideologico si affiancasse un sentire antropologico, per questo il mio corpo va in scena e con esso anche la mia voce che è come dire la stessa cosa.
Io non so quanta ironia o quanta nostalgia ci sia in questo mio lavoro credo ci siano dentro tutte e due le cose.
Vi è l'una o l'altra a seconda della prospettiva con cui si guarda, un pò come accade in uno di quei disegni in cui due profili messi uno di fronte all'altro diventano allo stesso tempo un bicchiere di cristallo, questa ambiguità credo che sia importante.
Forse più di ogni altra cosa mi interessava Luigi Tenco su un piano simbolico, per via della sua storia, di quello che accadeva in quegli anni. Anche se i testi di alcune sue canzoni risentono forse del passare del tempo, i temi toccati rimangono forti e sento che in qualche modo ancora ci appartengono, in compenso vi si ritrova una eleganza e una ironia ,quelle sì ancora attuali che non mi capita di riscontrare in altri cantautori, insomma c'era un bel pò di materiale sul quale mi interessava lavorare.

A.V. Capisco. Ma io sono italiana e ho anche più di quarant'anni. Mi chiedo che tipo di comunicazione sia questa così legata a uno specifico nazionale e anche generazionale (benchè la tua generazione non sia la mia; anzi, è curioso che tu "scopra" Luigi Tenco che è già preistoria per me). E' vero che anche Gilbert and George hanno lavorato cantando canzoncine molto inglesi e sono riusciti a rivolgersi a un pubblico internazionale seppur vestiti da gentiluomini inglesi, ma forse lo stereotipo a cui loro si riferivano è un po' più noto. Almeno, ai tempi in cui lo riproponevano loro, era ovvio che il contraltare erano i Beatles e i loro coetanei "capelloni".
Tu pensi che il tuo lavoro possa essere letto anche fuori d'Italia e fuori da chi ricorda Luigi Tenco? E hai dei punti di riferimento precisi a cui ti opponi nella tua generazione, che è quella dei cd clonati e scaricati da internet? Eppure tu lavori in un posto dove questo genere di operazioni, la clonazione e lo scaricamento, sono arrivate prima che altrove. E ancora: c'entra qualcosa con il tuo lavoro l'attitudine partenopea alla contraffazione? (non è una domanda da milanese, ma da una che ha vissuto l'infanzia a Napoli e ha scoperto a 14 anni con stupore che qui a Milano c'è meno azzardo e quindi, forse, meno libertà).

L.S.d.L. Quando lavoro cerco di farmi guidare dall'ispirazione, non mi preoccupo di andare contro qualcuno o qualcosa a priori e tantomeno di essere contemporaneo a tutti i costi, cerco piuttosto di essere fedele alla mia contemporaneità relativa a ciò che sento io come individuo; meno che mai mi
interessa di usare segni che siano riconoscibili subito da tutti, che provengano da un sistema estetico allargato e diffuso che finisce comunque col diventare ideologia, cultura dominante.
Poi se proprio dobbiamo parlare di contraffazione penso che dovremmo parlare di contraffazione del se’.
Dubito di avere dei pensieri, dubito che il miei pensieri siano effettivamente miei, stento a credere ai sentimenti che io stesso credo di provare, anche il corpo nel quale abitiamo non ci appartiene fino in fondo.
Credo valga la pena deludere di continuo le aspettative per garantirsi un minimo di libertà.

A.V. Capisco il fascino del deludersi e deludere; capisco anche volare a bassa quota come un gabbiano con la pioggia o solo in cerca di cibo, che non sai se sia fastidioso o affamato, metafisico o proprio solo fisico. Capisco anche a questo punto la contraffazione: è un tradimento soave, un tradimento pari a quello che si può porre sulle aspettative altrui e anche nostre.
Ma il tuo naso, quel tuo naso così a curva, quanto incide nell'incidere dischi falsi?

L.S.d.L. Penso che il mio naso conti moltissimo, in ogni caso mi fa piacere che parli di gabbiani, sei gentile. Ma che dire dei merli? e dei gufi? e le gazze?
Sì perchè oltre al naso ci sono anche le sopracciglia piuttosto folte che tendono ad unirsi al centro e uno sguardo fisso, un uccello direi, inequivocabilmente.
Scottex ! il posto più morbido dove metterei il naso!

A.V. Beh, il più morbido si. Il più vasto è invece questo lenzuolone: dopo aver pianto sui testi di Tenco, avvaletevene. Non è un medicinale e non occorre leggere le avvertenze; in generale non occorre leggerlo.
Ma ci sono poi motivi per piangere?
Che dose ha l'emotività nel tuo lavoro, e quanto ti interessa che il pubblico sia commosso, irritato, messo in relazione con il lavoro? Insomma puoi inscrivere il tuo lavoro nell'ambito di un'arte relazionale fondata su un minimo di spettacolo, o delle reazioni del pubblico l'opera può anche fare a meno?

L.S.d.L. Penso che siamo un pò fuori strada...per dirla alla Pessoa "Vale la pena guardare la vita da lontano senza mai interrogarla" e aggiungerei la celebre proposizione: "Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente."
I parametri di cui mi parli sono pertinenti al lavoro, commozione, emotività, gioia e dolore ma ciò che più conta è la premeditazione.
Sarebbe interessante indagare quali sono le meccaniche che agiscono relativamente a queste componenti nel cinema, nella pubblicità, in televisione.
E’ terribile scoprire che finiamo col commuoverci per cose che neanche condividiamo, quello che conta è per me prescindere da tutto questo, non in una lotta per il monopolio del dolore o della commozione, in generale questo sarebbe un grave errore. Al commuovere e commuoversi all'interno di logiche sin troppo conosciute contrapporrei una emotività creativa e inventata. In una realtà in cui tutto è al suo posto compresa l'emotività, l'unica cosa che rimane da fare è creare delle sacche di assurdità.

A.V.
L'assurdo, appunto. Lunga storia che viene dalla critica della ragione greca, o forse dalla disputa tra saperi matematici e saperi intuitivi che fonda la cultura occidentale. Come vedi passiamo dal basso all'alto, dai cantanti ai cantori. L'assurdo che diventa consapevolezza di sè nelle forme del riso popolare, così come scetticismo nelle forme della filosofia antica e recente. Che mi dici, a te che serve dell'assurdo, cosa ne prendi e da dove senti di prenderlo?

L.S.d.L. Ovunque ti volti c'è sempre qualcosa da cui si può trarre spunto, nella vita di tutti i giorni, per la strada, nelle notizie che vengono dalla televisione, dalla pubblicità prendi ad esempio quella pubblicità con quel poeta che non so bene come si chiama quella dove c'è tutta quella gente che grida: "chi stà meglio di noi?? chi stà meglio di noi ??!!! " e poi tutti insieme..."NESSUNO!"
Non la trovi assurda?
Mi ricordo di una puntata di Mork e Mindi (era il mio telefilm preferito) c'era Mork che doveva raccogliere informazioni sulla vita dei terrestri per conto di ceri scienziati del suo pianeta. Pensa cosa direbbero di noi su Ork se vedessero roba del genere...

A.V. Già, i telefilm... mi sembra in fondo che il tuo lavoro ruoti intorno alla capacità mitopoietica del mondo dei media, intendendo con questo termine anche i dischi, le copertine, le vetrine, insomma tutto quanto fa spettacolo anche a livelli minimi o di quartiere. Il mito che un tempo veniva costruito poco a poco e su base popolare, "grass root" si direbbe in inglese, oggi nasce dall'alto con specifiche finalità alla vendita; salvo poi rimanere, in qualche caso, seminato per terra e svincolato dal prodotto da vendere, come Tenco ma anche Carmencita, il Pianeta Papalla, Calimero e Star Trek.
Alcuni miti che ci vengono proposti diventano cosa stabile ed entrano nella mentalità come nell'arte, avendo perso a quel punto qualsiasi relazione con il prodotto pubblicizzato. In questo caso, che in fondo a me sembra il tuo, la collettività mette in atto i suoi criteri di selezione e un setaccio che ha a che fare con il sentire di un'epoca e non con le sue dinamiche commerciali. I miti forti sono quindi ancora oggi non direttamente imposti, ma a modo loro "grass root" anche se solo in seconda battuta. L'arte sperimentale a me sembra un ottimo luogo per operare e soprattutto rilevare questa azione di setaccio: al macero ciò che non ci tocca, dentro alla cassaforte delle opere ma soprattutto della coscienza collettiva ciò che muove, commuove o fa ridere.
E fare ridere è una cosa talmente complicata e sottile che, direi, chi ci riesce è un intellettuale raffinato. Insomma sto facendoti dei complimenti, quindi è ora di chiudere, non credi?

L.S.d.L. Ok!